
di Massimo Franchi
Nel sempre più largo oceano del precariato in Italia ricercatori, borsisti, assegnisti di ricerca (i Bartali di oggi) meritano un capitolo a parte. E' arcinoto che fare ricerca in Italia corrisponde ad un'ascesi francescana. Figli di papà a parte, la prospettiva è quella di anni di sacrifici, di presenza-fantasma, di lavoro non riconosciuto. Di stipendi come quelli di Gianluca, tutor a Bologna, vincitore di un dottorato di ricerca a Siena, senza mai avere l'assegno che gli spettava. Il conto l'ha fatto Concita nel suo Filo Rosso, 2.500 all'anno equivalgono a "45 euro a settimana: la paghetta di lusso di un adolescente fortunato che chiede a mamma i soldi per il cinema e la pizza il venerdì, la discoteca il sabato. A 32 anni un paio di generazioni avevano i figli a scuola e il mutuo a buon punto".
Una cosa del suo racconto ho dovuto tagliare per ragioni di spazio. "Le Borse assegnate erano quattro. Solo due di noi avevano l'assegno. Quando uno dei due, un ragazzo argentino, si è ritirato perché è tornato a casa, noi ci aspettavamo che la Borsa andasse ad uno di noi due. E invece il Ministero ha semplicemente risparmiato l'importo e nessuno ne ha potuto usufruire".
Sono uno dei fortunati che ha fatto l'Erasmus. Ero a Brighton, alla Sussex University. Una "red brick" dove si studiava più Gramsci che Hobbes. Sono passati dieci anni, ma ricordo benissimo come i ricercatori avessero buoni stipendi, uffici propri, autonomia e la carriera assicurata.
E poi ci vengono a dire che non ci sono Università italiane nelle prime 100 al mondo....
Quando il naturale ciclo della vita farà sparire dalle università i docenti e loro cricca di accompagnamento, imbevuti di supponenza ideologica, politica e culturale e saranno rimpiazzati da altri più consapevoli della importanza del merito e della necessità di dare spazio e far fiorire le numerose intelligenze che ci sono, forse la ricerca avrà respiro e i ricercatori potranno godere del prestigio e del riconoscimento anche economico loro dovuto. Ci vuole prima di tutto un cambiamento culturale. Siamo stanchi di fossili!
Emilio, sempre quello di qualche giorno fa. Anch'io sono all'estero, in una delle dieci universita' migliori del mondo. E se non ci fosse una situazione drammatica nel mercato del lavoro accademico e in particolare nel mio settore, non tornerei in Italia (faro' di tutto per starmene lontano). Quello che ho visto e' che i migliori giovani italiani se la giocano alla pari con tutti gli altri, evidentemente sono il frutto di un'universita' che funziona(va). Pero' vedo anche molte altre cose, e sono il frutto di una mentalita' diversa che per fortuna molti giovani italiani hanno assimilato e che purtroppo sara' dura fare entrare nel nostro sistema italiano. 1) l'attenzione ai conflitti di interessi: quanti nostri docenti ne sono immuni?; 2) gente che sta in ufficio almeno cinque giorni a settimana (spesso sei, a volte tutti i giorni, anche solo per lavorare due ore la domenica); 3) una valutazione rigorosamente fatta sul numero e la qualita' delle pubblicazioni; 3) una generale assenza di paternalismo (il che non significa che manchino le gerarchie, ma provate a vedere quanti docenti italiani considerano i dottorandi o gli assegnisti "colleghi" nel vero senso della parola); 4) una straordinaria mobilita'. Basterebbe procedere su piu' piani. Eliminazione delle sedi consorziate dalle scuole di dottorato (che sono aggregati che bloccano il sistema) e obbligo di non lavorare nella sede dove hai preso il dottorato. 5) finanziamenti SERIAMENTE vincolati all'output della ricerca con peer-review internazionale (peccato che questo significhi certificare che meta' del ceto accademico italiano sarebbe da licenziare: e' uno scandalo che ci sia gente che vince il concorso senza esperienza e pubblicazioni internazionali, e con libri che sono stampati dalle tipografie universitarie!). 6) aggiungerei anche la chiamata diretta di assistant professor e professori, se questo non volesse dire fare le cose all'italiana e dare il via a mafie e clientele che continuerebbero a spartirsi i posti cosi' come succede ora. La mia piu' grande delusione, in tutti questi anni, e' vedere che i docenti di sinistra su queste cose hanno una moralita' pari a zero.
La ricerca è morta. chiedete a chiunque lavori o abbia lavorato per o in università. la mostruosa e gigantesca ingiustizia (che si riproduce peraltro in tutti i settori pubblici) è che professori ordinari/dirigenti più o meno tromboni che guadagnano oltre 5000milaeuro netti fanno fare il lavoro sporco ai manovali precari (esami, burocrazie, articoli, convegni, progetti ricerca) per 4 lire. siedo sul fiume e aspetto di solo leggere che qualcuno, portato all'esasperazione, riprenda la via del '77. è solo una questione di tempo.
Concordo con dov0101 su una cosa: la ricerca universitaria in Italia si sostiene perchè ci sono persone che, per passione, impiegano molto molto del loro tempo nella ricerca. A volte mettendoci anche del loro in termini di denaro! Manca la cancelleria e cosa aspetti che piova dal cielo? No semplicemente vai tu in cartoleria e compri quel che serve, perchè sai che anche con quelle piccole cose il tuo lavoro funziona meglio! Concordo anche su un'altra cosa: non ci sono controlli!!! Mi spiegate perchè un professore universitario può decidere se esserci o no in Dipartimento senza che nessuno possa controllare davvero quante ore dedichi al suo lavoro? Basterebbe semplicemente chiedere che un professore garantisca la presenza, certificata da timbratura del cartellino, per 30 ore la settimana. Magari anche da distribuire in modo non omogeneo (tipo 10 ore in tre giorni e liberi gli altri se uno crede). Ma un professore deve essere il riferimento di un gruppo di ricerca primo e degli studenti del suo corso poi. Per esperienza vedo molti professori che arrivano alle 11 e poi verso le 15 magari già non li vedi più!
Sono un assegnista di ricerca e ora sono all'estero. Qui timbro il cartellino tutti i giorni e come me lo fanno ricercatori, tecnici e professori. Nessuno si scandalizza per questo.
Si sono all'estero ma tornerò tra un anno in Italia. Perchè evidentemente qualcosa posso dare al mondo della ricerca se qui hanno deciso di darmi un contratto! E non vedo perchè le competenze che ho acquisito, soprattutto in Italia, debbano andare ad "arricchire" intellettualmente altri Paesi. Questo è il cruccio che mi spinge a tornare.
Ultima cosa per far capire meglio ad altri che non sono nel mondo della ricerca: lo Stato ad un ricercatore, come fondo annuale ordinario per la ricerca, destina tra 1000-3000 euro anno!!! Ora vorrei capire quali sono i risultati scientifici di pregio che ci si possono aspettare da cotanta grazia. Molti ricercatori, assegnisti e professori italiani in realtà non fanno ricerca scientifica. Fanno found research, ricerca di soldi! Se ogni due mesi sei dietro a scrivere un progetto per questo o quel finanziamento è poi ovvio che in laboratorio ci staranno altri. A volte questo lato del mondo universitario italiano è invisibile. Ma condiziona in modo prominente le attività giornaliere che si devono svolgere. Anche su questo mi piacerebbe si aprisse un confronto serio.
M.
Il problema è che , specie nei policlinici universitari, certe volte le pubblicazioni vengono scritte da altri (medici) e i dottorandi,ricercatori etc. diventano dei meri tecnici di laboratorio asserviti alla produzione di dati che poi altri utilizzeranno per fare carriera.Sono un dottorando, circondato di vecchi biologi che pensano solo a come arrivare alla pensione e senza nessuno stimolo e curiosità verso la ricerca.Voce di uno che grida nel deserto.
Vorrei suggerire a "Controcorrente" di dare un'occhiata a come è fatta la struttura economico-produttiva italiana e a quanto spende in ricerca scientifica l'industria (e quale)rispetto agli altri paesi, per rendersi conto del perché le cose stanno come stanno. Magari, dovrebbe anche fare una riflessione meno superficiale sulla generalizzata mancanza di un'educazione scientifica in Italia; non dico spingersi fino alle sue cause storiche, sarebbe chiedere troppo. Poi, magari, partendo da lì, aggiusterebbe un po' il tiro delle sue critiche. Il fatto è che "controcorrente", non lo è affatto: è in maggioritaria compagnia.
Io ho terminato l' università nel 1992, a otto anni dall' inizio. Mi sono laureata col massimo e mi sarebbe piaciuto rimanere nell' ambito universitario, ma i miei genitori nel frattempo erano morti ed io potevo far conto solo su me stessa e sul mio lavoro per andare avanti. Fortunatamente ho vinto un concorso da diplomati, che mi ha risolto il problema. Mi dite come fa uno che non ha la famiglia che lo sostiene a lavorare gratis, o quasi? Quelli che lo fanno evidentemente hanno una famiglia (o marito/moglie o compagno/a) che li sostiene, perchè altrimenti non potrebbero assolutamente andare avanti e, magari pagarsi anche un alloggio fuori dalla propria zona di residenza abituale. E' inutile che mi si venga a dire, ma mi sembra proprio che l' università italiana è l' università di chi può.
E' assolutamente incredibile che difornte a quanto avvenuto a Bergamo, non sia possibile trovare una qualsivoglia notizia sull'Unità!
Perchè dobbiamo autocensurarci come nelle peggiori dittature latino ameericane?
Sono un po' stufo di questa campagna di stampa contro l'Università.Non dico che non ci siano delle ragioni in quel che si dice, ma ho l'impressione che ognuno, rappresentante di una categoria, voglia gettare la croce (guarnita di materiale organico di varia origine) su qualcun altro.Gli stessi dottorandi, che nel racconto di Franco sembrano i martiri nella fossa dei leoni, come categoria non sono esenti da colpe. In realtà, l'Università italiana, che nel complesso riesce a produrre risultati ben al di là dei pochi mezzi che le vengono destinati, non si regge affatto sui dottorandi o sui professori, o sui precari. Si regge su un enorme sistema di volontariato esercitato da persone piene di passione e di buona volontà, che compensano ampiamente le aberrazioni che sono messe in primo piano nella campagna mediatica in atto nell'ultimo anno.Fra queste persone ci sono professori, ricercatori, tecnici, precari, studenti (dottorandi ma anche tesisti dei livelli inferiori) che fanno molto più del loro dovere perché quello che fanno gli piace e ci vedono il loro futuro e la loro realizzazione personale. Per fare un esempio, un professore universitario italiano per contratto dovrebbe assicurare 350 ore all'anno di attività didattica (una media di 7 ore a settimana, comprendente lezioni, assistenza agli studenti e ai tesisti, tutorato del tirocinio, partecipazione alle riunioni e quant'altro). La realtà è che molti di noi dedicano a questa attività almeno il doppio del tempo, cui assommiamo il tempo dedicato alla ricerca e all'organizzazione delle attività, con orari da auto-sfruttamento che si estendono anche alle ore notturne. Una parte di professori, invece, fa quello che gli è richiesto dal contratto e per il resto (gli altri 4 giorni lavorativi della settimana corta) si occupa dei fatti suoi (ad esempio, impegnarsi per diventare parlamentare o ministro). Una piccola minoranza non fa neppure quello, tanto nessuno controlla.Il pericolo che vedo, come professore, è che gli entusiasmi di queste persone in questo momento sono messi a dura prova, che i giovani si allontanino da questo ambiente (al concorso per il nostro dottorato non si presenta più nessuno che non abbia avuto un qualche "sostegno" e a volte abbiamo difficoltà ad assegnare le borse) non per le esperienze personali ma per il sentito dire e la cattiva reputazione dell'Università. Persino il prestigio sociale che era l'unico compenso per chi si dedicava a questa attività in generale sottopagata si sta sgretolando.Pensateci bene prima di continuare con questa campagna.Potreste scoprire che da un certo punto in poi se vorrete degli scienziati dovrete pagarli veramente.
Se in Italia si valutasse seriamente l'output di dottorandi, dottori e ricercatori precari ci si penserebbe due volte prima di difendere a spada tratta l'intera categoria. Andiamo, ci sono persone che non sanno scrivere in un italiano corretto, che hanno pubblicato solo grazie al loro barone di riferimento, che ragionano in un'ottica campanilistica e provinciale (basta andare a qualche convegno all'estero per rendersene conto).Tra l'altro, quel racconto non e' accurato. Credo che non fossero 4 borse, ma quattro posti di cui due coperti da borsa, esattamente come da bando standard. Poi, i regolamenti di dottorato non prevedono il passaggio della borsa, se uno si ritira o viene cacciato dal dottorato (cosa che in Italia avviene troppo raramente) la borsa e' persa. Insomma, quanti di questi giovani ricercatori che si lamentano pubblicano regolarmente sulle maggiori riviste italiane e internazionali del loro settore? Perche' questo e' quello che viene valutato dalle rispettive comunita' di riferimento.
scusate, ma se 'sti ricercatori ecc. sono tanto sfruttati e così bravi,perchè non se ne vanno all'estero o cercano lavoro nel privato o magari diventano imprenditori(soprattutto le donne grazie ai finanziamenti rosa) ?io ho l'impressione che essi siano soltanto dei baroni in erba,e che al di fuori della protezione dell'università attuale abbiano ben poca speranza. Ecco perchè accettano la trafila burocratica. in fondo da chi sono stati scelti per entrare nell'università?cmq, cè un errore nel titolo: l'università NON si regge in piedi a giudicare dall'arretratezza tecnologica, dallo scarso numero di laureati, dai deficit di bilancio
Tutto giusto.
C'è un però: l'area di centro sinistra cosa ha fatto in termini concreti in questi ultimi 15 anni, per non andare indiertro oltre?
A me dispiace, ma onestamente poco, pochissimo.
Si sono impegnati professionisti e dirigenti di qualità, Luigi Berlinguer, Fabio Mussi, per citare i più rappresentativi, ma i risultati tangibili per il futuro pochi, pochissimi.
Lo stesso veltroni aveva iniziato un proficio dialogo con questi giovani, poi caduto anch'esso.
Allora occorre essere seri: ci siamo riempiti tanto la bocca di parole, tanti seminari, tanti artocili, saggi,ma poi all'atto concreto abbiamo difeso la status quo, con tutte le conseguenze del caso.
C'è bisogno di una svolta vera, l'alternativa è quella di questi anni, le energie migliori le metteremo a disposizione di altri paesi, di altri territori, compreso tutte ricadute positive dei loro studi e dei loro risultati. Mutatis mutandis come è accaduto al mezzogiorno del paese, lascia partire oggi, lascia partire domani, le energie migliori, quelle più capaci vanno perchè vogliono mettersi in discussione non accettano le condizioni date di clientele e poche prospettive.
Quando si vuole lanciare il messaggio che si intende promuovere il merito non si affida questo messaggio a Colaninno, onesto giovane, ma lui nella sua famiglia ha trovato il terreno fertile, è nato, ben per lui con la camicia, potrà essere un prezioso amico di viaggio, ma giustamente poi il messaggio non appare credibile, infatti poi lo stato dei fatti è quello descritto. Allora occorre cambiare marcia e ruolo.
Lo so sono crtiche ai dirigenti dell'area di centro sinistra, voi però al gioranel potete fare di più, oltre discutere con igiovani del PD, chiamate in un forum una volta ogni sei mesi questi ricercatori, facciamo sentire il fiato sul collo alla sinistra e al governo di turno.
La situazione in Italia è tragica. E' evidente che il governo sta cercando di disimpegnarsi economicamente dall'Università. Preferisce usare i soldi per attività a immediato ritorno di immagine nei confronti della massa elettorale, l'idea è che se non si fa più ricerca l'elettorato quasi non se ne accorge e comunque lo fa con molto ritardo. Così ragiona questo governo ma così ha ragionato anche il governo di sinistra. L'Università continua ad andare avanti solo per merito dei precari e dei "volontari" universitari, che continuano a lavorare anche se sottopagati, anche se non pagati e addirittura anche se schiavizzati. Le Università possono continuare ad esistere solo approfittano di ciò, data la drastica diminuzione dei finanziamenti (e considerando l'inevitabile grado di sperpero che hanno sempre praticato). Certo una astensione dal "volontariato" universitario metterebbe le strutture in ginocchio, ma intanto andrebbe fatta in modo compatto (altrimenti danneggerebbe solo i pochi coraggiosi) e comunque non sono certo che porterebbe alla creazione di più posti. Probabilmente porterebbe solo ad un drastico ridimensionamento delle strutture. Forse l'unica speranza è cercare di far conoscere e far capire all'opinione pubblica questo stato di cose, che purtroppo la maggior parte della gente non vede e non tocca con mano. Far capire anche che, se in un paese non si fa ricerca e l'Università non funziona bene, avvengono delle perdite che non si vedono immediatamente ma che sono molto gravi e profonde. Rischiamo di diventare sempre più un paese del terzo mondo. Come mai i paesi più evoluti destinano il 3% del PIL alla ricerca? Perchè sono buoni? No, perchè hanno capito che conviene.
La situazione in Italia è tragica. E' evidente che il governo sta cercando di disimpegnarsi economicamente dall'Università. Preferisce usare i soldi per attività a immediato ritorno di immagine nei confronti della massa elettorale, l'idea è che se non si fa più ricerca l'elettorato quasi non se ne accorge e comunque lo fa con molto ritardo. Così ragiona questo governo ma così ha ragionato anche il governo di sinistra. L'Università continua ad andare avanti solo per merito dei precari e dei "volontari" universitari, che continuano a lavorare anche se sottopagati, anche se non pagati e addirittura anche se schiavizzati. Le Università possono continuare ad esistere solo approfittano di ciò, data la drastica diminuzione dei finanziamenti (e considerando l'inevitabile grado di sperpero che hanno sempre praticato). Certo una astensione dal "volontariato" universitario metterebbe le strutture in ginocchio, ma intanto andrebbe fatta in modo compatto (altrimenti danneggerebbe solo i pochi coraggiosi) e comunque non sono certo che porterebbe a creare più posti. Probabilmente porterebbe solo ad un drastico ridimensionamento delle strutture. Forse l'unica speranza è cercare di far conoscere e far capire all'opinione pubblica questo stato di cose, che purtroppo la maggior parte della gente non vede e non tocca con mano. Far capire che se in un paese non si fa ricerca e l'Univerità non funziona bene avvengono delle perdite che non si vedono immediatamente ma che sono molto gravi e profonde. Si rischia di diventare sempre più un paese del terzo mondo.
Caro Franchi,sono contenta che l'Unità dia spazio ai giovani ricercatori precari, però cerchiamo di vedere il quadro oggettivamente, senza nè martirizzarli nè metterli su un piedistallo. Sebbene l'Italia spenda pochissimo per la ricerca, pare che almeno in alcuni settori scientifici abbia ancora successo. Vi rimando a dei dati quantitativi (http://www.pubblicoergosum.org/?s=amaldi) rielaborati dal Prof. Amaldi. Se si normalizza la produzione scientifica in base al numero di ricercatori "l?Italia della scienza e dell?ingegneria di punta supera, nell?ordine, gli Stati Uniti, la Francia, la Germania e il Giappone". Quindi se tutti i ricercatori e i professori strutturati fossero corrotti e nullafacenti, o se anche la maggior parte lo fosse, crede che questo sarebbe possibile? Io -ottimisticamente- credo di no. Credo che nel mondo della ricerca, come in ogni settore di questo Paese, coesistano eccellenza e bassifondi. Il metodo per eliminare il peggio è guardare al meglio, non ignorarlo. Se vogliamo preservare la ricerca in Italia è perchè qualcosa di buono c'è stato e c'è ancora. Per questo, ritengo che accettare di essere pagati 2500 euro all'anno sia una martirizzazione che nessuno si merita, e non so quanto possa servire. A volte oltre che a fuggire verso l'estero, si può cercare il meglio nel proprio Paese. Credo che esista.
Tutor di tutt'Italia uniamoci! E' proprio vero senza di noi l'università non va avanti e ci danno rimborsi da fame! Facciamoci sentire!
In realtà per molti di noi non si tratta nemmeno di lavoro "precario": i precari hanno un contratto di lavoro a termine, uno stipendio, contributi previdenziali e in alcuni casi opportunità di stabilizzazione. Molti "precari" dell'Università lavorano gratis o quasi, hanno borse "di studio", non "di lavoro", che non danno diritto a contributi previdenziali. Mi chiedo se non sia anche un pò colpa nostra, che accettiamo questo gioco al ribasso nella speranza di un posto futuro. Se tutti i "precari" dell'Università si astenessero anche solo dal fare le attività che istituzionalmente non competono loro l'Università italiana collasserebbe in pochi giorni!
In realtà per molti di noi non si tratta nemmeno di lavoro "precario": i precari hanno un contratto di lavoro a termine, uno stipendio, contributi previdenziali e in alcuni casi opportunità di stabilizzazione. Molti "precari" dell'Università lavorano gratis o quasi, hanno borse "di studio", non "di lavoro", che non danno diritto a contributi previdenziali. Mi chiedo se non sia anche un pò colpa nostra, che accettiamo questo gioco al ribasso nella speranza di un posto futuro. Se tutti i "precari" dell'Università si astenessero anche solo dal fare le attività che istituzionalmente non competono loro l'Università italiana collasserebbe in pochi giorni!
in realtà per molti di noi non si può parlare nemmeno di precari: i precari sono comunque lavoratori con un contratto a termine, con la speranza della stabilizzazione, con uno stipendio e con i contributi. In Università molti lavorano gratis, o con borse ("di studio", non "di lavoro", che non danno diritto ad alcun tipo di versamento previdenziale). Mi chiedo se la colpa non sia anche un pò nostra, che accettiamo comunque questo gioco al ribasso nel miraggio di un posto futuro. Se tutti i "precari" dell'Università si astenessero anche solo dal fare ciò che istituzionalmente non compete loro credo che l'Università si bloccherebbe!
Mi sembra di rivivere la mia storia. Vinto il dottorato di ricerca a Firenze, mi ritrovavo la domenica a battere testi sul pc perchè un docente ultra settantenne incapace di usarlo. Interi corsi tenuti al posto del docente senza avere un minimo di rimborso (e l'intero stipendio al prof), seguire le tesi dei laureandi etc....ma non era un problema il sacrificio dovuto (sin dai tempi dell'università per mantenermi, lavoravo contemporaneament in pizzeria, gelateria e donna di pulizie negli hotel) ma il fatto di sapere che la gavetta sarebbe durata almeno 10 anni...e se non sei figlio di papà non puoi permetterti di bussare cassa ai genitori (alla faccia dei "bamboccioni" di Padoa-Schioppa. E allora che fai? Due opzioni: lasciare l'Italia (nel mondo ti accolgono a braccia aperte senza raccomandazioni) oppure mollare. Io, illusa di poter cambiare le cose, sono rimasta. A caro prezzo.
Ciao MassimoScrivo dall'America e sto facendo un PhD di ricerca. La mia esperienza italiana e' catastrofica. Professori, dottorandi etc non fanno da anni alcuna ricerca e succhiano (anche se pochi) soldi allo stato senza nemmeno formare propriamente gli studenti. Questo perche' queste persone hanno trovato il posto grazia a una telefonata da Roma.Non bastano i soldi, bisogna fare spazio.Ultima riflessione:I dati sono: il 40% dei ricercati rumeni sono in italia, 90% delle persone piu' competenti italiane se ne vanno all'estero. Eccoti qui definito il bilancio di cutura italiano e risolvi pure l'equazione.
La classe politica italiana - tutta la classe dalla destra alla sinistra - non ha mai capito l'importanza della formazione della conoscenza come capitale culturale; altrimenti non si spiega il costante sottofinanziamento di quest'area da decenni e decenni, in completa contra-tendenzia con il resto del Primo Mondo (e non solo il cosiddetto 'Primo' mondo). Si pensa ancora in chiave idealistica che la cultura è un 'oggetto' sostenuto da 'uomini (sic) di cultura', e non un processo aperto, sempre in via di elaborazione, e perciò sempre da sostenere ed ampliare.
Dopo aver completanto il mio dottorato senza borsa, ma lavorando in pizzeria, l'unica possibilità era quella di andarmene. Sono finito in Inghilterra, dove, dopo essere arrivato con la mia valigia di cartone e senza conoscenze o sponsors, mi hanno accolto e mi stanno anche formando gratuitamente ad essere un professore migliore. Non è stato facile, certo, ma all'estero almeno è possibile.
Querido Franchi, come dicono qui, com'è vero quanto si legge nel blog e che tristezza doverlo ammettere.. Io sono a Madrid e ogni ricercatore, anche solo con borsa, come me, ha uno spazio suo e, quel che più conta, prospettive...
Caro Franchi, quello che scrive è vero. Mancano le risorse economiche, le dotazioni tecnologiche, ma, soprattutto, una visione strategica per il futuro. Da questa, dal rilancio complessivo del sistema formativo e della ricerca in Italia dovrebbe discendere l'insieme delle politiche da implementare. Ma da noi si preferisce l'andazzo che Lei descriveGrazie